Il Giorno In Cui Non Morii

ottobre 4, 2017 3

Non saprei dire esattamente perché scelsi quel giorno. Avrei potuto farlo molte altre volte e invece aspettai proprio quel Giovedì.

Quando aprii gli occhi la sveglia non aveva ancora suonato. Mi alzai dal letto ma dovetti subito mettermi a sedere; una sensazione di nausea e giramento di testa mi colpì. Chinai il capo, feci alcuni respiri profondi e, dopo qualche minuto, trovai la forza per mettermi in piedi e dirigermi verso il bagno. Vomitai. Era un po’ come se il mio stomaco volesse sbattermi in faccia tutto l’alcol che lo costringevo ad accumulare di sera, nelle sere brutte. Quelle sere in cui non ero abbastanza forte per sopportare il dolore e volevo solo sentire la testa leggera, niente ricordi assordanti, niente rabbia. Quelle sere in cui volevo sentire niente.
Alzai la testa e guardai la mia faccia allo specchio, il fatto che stesse ancora gocciolando riusciva a nascondere le lacrime. Rimasi lì fermo per un po’, giusto il tempo di smettere di piangere e finire di lavarmi e mentre mi preparavo continuavo a pensare ai miei genitori; pensai che fortunatamente la casa nuova era pressoché terminata e che non avrebbero dovuto restare per molto in quell’appartamento. Quel pensiero, in qualche modo, mi dava conforto.
Feci colazione, raccolsi i libri per la mattina e uscii di casa.
Iniziai ad avviarmi verso la scuola e più mi avvicinavo più l’angoscia iniziava a farsi sentire, a prendermi alla gola, più sapevo di essere vicino e più quel senso di impotenza e soggiogazione si faceva opprimente. Poco prima di voltare l’angolo che mi avrebbe portato sul viale principale, dove c’era l’entrata, mi domandai se non fosse il caso di andarmene ma, presto, realizzai che non lo avrei fatto. Come avrei potuto portare a mia madre un’altra giustificazione da firmare? Era già stato abbastanza difficile mentire le altre volte, tra scioperi inventati e malesseri improvvisi lungo il cammino per la scuola. Probabilmente non ero abbastanza forte per sopportare quello che la vita mi aveva messo a fronteggiare. O non ero abbastanza forte per affrontare la vita stessa.
Una volta saliti i gradini dell’istituto mi diressi verso l’aula, incurante degli sguardi divertiti dei ragazzi che si giravano a guardarmi o dei commenti sulla mia abilità con il flauto.
Entrai in aula e mi sedetti al banco.

“Ciao Simone” mi girai.
“Luca, ciao.”
“Come va?”
“Bene, come sempre”
“Senti, lo so che non ci conosciamo da tanto ma…”
“Non ne ho voglia, lascia perdere ok? Ah e oggi non possiamo studiare assieme, ho da fare”
“Come? No, per favore, ho bisogno di una mano con matematica. Ti prego, solo un’oretta”
“Non posso”
“Dai, avrai sulla coscienza l’unico 3 nella mia pagella! La verifica è dopodomani”
Sospirai.
“Grazie, lo sapevo che mi avresti aiutato”

Al suono della campanella tutta la classe si fiondò fuori dall’aula, con le sacche da ginnastica in mano, come se la loro sopravvivenza dipendesse dall’arrivare in palestra. L’ho sempre sostenuto, due ore di letteratura inglese di fila sono poche, averne 6 avrebbe l’indubbio vantaggio di eliminare educazione fisica.
Alla fine mi alzai anche io ma l’unica cosa che avrei voluto era morire.
Scesi le scale in coda alla fila dei miei compagni per poi dirigermi, una volta arrivato in palestra, verso lo spogliatoio delle ragazze. Il lato positivo di essere in una classe di soli maschi era l’area femminile della palestra sempre libera e io, da qualche mese, avevo iniziato a cambiarmi lì. Era in fondo al corridoio, tranquillo e soprattutto senza la tipica gazzarra che risulta dall’avere 15 primati di sesso maschile, radunati nello stesso posto, in procinto di essere liberati.
Iniziai a cambiarmi per la lezione di Educazione fisica. Lezione. Gli piaceva chiamarla così agli insegnanti, lezione. Io, sinceramente, non avevo mai visto una sola vera lezione di ginnastica; i ragazzi venivano lasciati giocare senza un senso logico, ovviamente a calcio, e magicamente alla fine dell’anno apparivano voti. Tutti 8, a caso, dopo una finta interrogazione dove ognuno parlava di quello che voleva. Mentre mi slegavo le scarpe venni all’improvviso colpito alla schiena e caddi a faccia in giù, sulla panchina.

“Ahahaha guardalo, sì è già messo in posizione per farsi scopare!”
“Hahaha adesso si cambia nello spogliatoio delle ragazze!”

Giovanni, uno dei tanti responsabili della insulsa piega che aveva preso la mia vita, era arrivato con i rinforzi: tre ragazzi che probabilmente frequentavano il quinto anno. Mi rialzai e mi sedetti. Non avevo voglia di difendermi o di reagire, non avevo voglia neanche di stare in quella situazione a dire il vero ma non potevo farci niente. I tre ragazzi mi presero e mi attaccarono al muro mentre Giovanni mi tirò un pugno nello stomaco; cercai di divincolarmi ma la presa era troppo forte. O forse semplicemente speravo che continuassero.
Poco prima che potessi ricevere altre botte il professore uscì dalla palestra per chiamare tutti a raccolta.

“Ritieniti fortunato, ci vediamo di là finocchio del cazzo”

Il resto della giornata lo passai come sempre al banco, a prendere appunti, non mi mossi neanche quando suonò la campanella dell’una, quella di fine giornata ma aspettai che tutti fossero usciti dall’aula. Il mio stomaco stava ancora protestando e sarei dovuto andare a casa a piedi per cui volli evitare ogni possibile contatto o con Giovanni o con altra gente. Dopo circa dieci minuti, con calma, iniziai a prepararmi e poi uscii dalla scuola.

“Ehi! Cosa facevi in classe?” Luca mi aveva aspettato fuori dal cancello.
“Niente, volevo stare un po’ da solo, in silenzio.”
“Senti ma per oggi quindi vengo da te no?”
“Ho da fare”
“Senti ma cosa hai da fare? Se vuoi possiamo farlo assieme o ti posso accompagnare così poi mi spieghi questi maledetti integrali! Ti prego, sei l’unico in grado di capirli.”
“Smettila Luca, non ho tempo”
“Mezzora solamente ti prego!”

Sospirai.

“Dai allora ci conto eh, alle due sono da te ok? Ti devo la vita, grazie!”

Sospirai. Ancora. Non avrei voluto lasciarmi convincere, ma tutto sommato un’ultima buona azione, prima di dare in pasto la mia anima alle Arpie, avrei potuto farla.
Mi avviai verso casa, senza mai alzare lo sguardo; cercare di mettere il piede sempre all’interno di una delle mattonelle del marciapiede mi faceva concentrare su qualcosa che non riguardasse la mia vita, o quel poco che ne rimaneva. Quando arrivai la casa era vuota, i miei erano al lavoro e mia sorella probabilmente in ospedale per il tirocinio mensile. Aprii il frigo e guardai i ripiani. Lo richiusi quasi subito. Non avevo voglia di mangiare e un sacco di compiti da fare. Mi misi alla scrivania, aprii il libro di Biologia, lo fissai per qualche istante e poi alzai lo sguardo. La corda, che avevo comprato pochi giorni prima e sistemato la mattina, penzolava da una delle travi del soffitto, mossa dall’aria calda della stufetta elettrica. Privai a toccarla con la mano ma era troppo in alto. Non mi ricordavo perché avessi scelto le quattro del pomeriggio e pensai che, in fondo, un orario valeva l’altro. Le quattro. Le cinque. Adesso.
Mi alzai. Chiusi il libro e lo riposi nello zaino. Misi in carica il cellulare e spensi il computer. Mi tolsi le scarpe, odiavo salire sulle sedie con le scarpe. Un piede sulla sedia, l’altro sulla scrivania, e mi eressi sopra di essa. La mia faccia era perfettamente in linea con il cappio, potevo guardarci attraverso e posare lo sguardo sull’ultimo ripiano della libreria. Presi la corda tra le mani e la tirai verso di me. Ero stato bravo, era dell’esatta misura della mia testa.
Chissà se sarebbe finito tutto in pochi istanti, con la rottura della seconda vertebra cervicale, come avevo letto spesso su internet e sui libri oppure se l’altezza della scrivania non era sufficiente e mi ci sarebbero voluti alcuni minuti prima di morire soffocato. Certo era che, dopo tre anni passati in quella scuola, entrambe le soluzioni mi sembravano egualmente rapide e meno dolorose di quello che avevo provato fino ad allora. Tre anni. Già. Tre fottutissimi anni. Come avevo potuto sopportarlo? Forse perché era nel mio carattere, pensavo ogni volta che sarebbe stata l’ultima e che non ci sarei più tornato là dentro e invece ci tornavo tutte le mattine e tutte le mattine, puntualmente, tutto ricominciava.
La prima volta venni picchiato all’uscita dall’ora di ginnastica, dopo essermi sentito dare del frocio perché avevo portato il pattinaggio sul ghiaccio come argomento dell’interrogazione. Era la scusa preferita quella del gay, assieme a quella di non essere abbastanza maschio per giocare a calcio e a mille altre che tanto, ormai, non avevano più importanza. Tutto sarebbe finito di lì a poco. Ogni angoscia, dolore, ogni illusione, sentimento, azione non compiuta, ogni frase non detta, tutto. Già. Tutto sarebbe scivolato via dalla mia mente, lasciandola vuota, sarebbe scivolato allo stesso modo in cui sarei scivolato io da sopra la scrivania con una corda legata al collo per riuscire finalmente a stare in pace. Per non piangere più, per non soffrire più. Non mi sarei mai più sentito sbagliato.
Prima il destro, pensai, e così feci misi giù prima il piede destro e poi, automaticamente, il piede sinistro lo seguì; in pochi istanti mi ritrovai lì, per terra, a fissare la libreria imbambolato

“Simone! Dai, lo so che sei in casa, non farmi suonare il campanello un’altra volta!”

Richiamato alla realtà dalla voce di Luca mi diressi verso la porta. La aprii.

“Scusa eh, il portone era aperto”
“ah, e figurati vieni dai entra”
“Come va? Hai mangiato?”
“No, non avevo voglia”

Lo feci accomodare in camera mia e decise che il letto era abbastanza comodo per potercisi sedere.
“Come mai non hai mangiato? Non è che oggi a ginnastica…”
“No, e non ne voglio parlare. Vuoi fare analisi svaccato sul mio letto? Andiamo alla scrivania, da qui non so quanto…”
“Smettila. Fai sempre così non ne vuoi mai parlare, dici che stai bene ma si vede lontano un chilometro che menti”
“Hai ragione, non ne voglio mai parlare, e non voglio neanche adesso.”
“Sai cosa? Io invece ne voglio parlare”
“Io no, e dato che la vita è mia…”
“Hai pensato bene di rovinartela no?”
“Senti piantala, vuoi fare analisi o no?”
“Vorrei che mi parlassi, Simone, ecco cosa vorrei. Vorrei anche che la smettessi di tenerti tutto dentro e fare finta di niente, sono tre anni che ti vedo soffrire e adesso non lo sopporto più”
“Tre… anni?”
Luca rimase in silenzio per qualche istante, fissandomi.
Non so perché non mi ritrassi quando mi prese il viso tra le mani, ricordo solamente che il calore della sua pelle sulle mie guance fu come l’essere ripagato da una attesa durata anni, e quando mi baciò niente di tutto quello che avevo provato e vissuto fino a quel momento importò più. Mentre mi stringeva con le braccia il nodo alla gola, quello che avevo ogni mattina uscendo di casa, si sciolse. Mentre le sue labbra imprigionavano le mie il suono ovattato del mondo che mi circondava sparì. Mentre i suoi occhi corvini sfioravano la mia anima altro non potei fare, se non stringerlo a mia volta e lasciarmi andare.

“Non abbiamo fatto analisi”
“lo so, però è tardi, devo andare, vorrà dire che mi aiuterai a recuperare dopo le vacanze. Tanto domani pomeriggio sono di nuovo qua, no?”
“Se vuoi…” risposi quasi imbarazzato.
Luca si mise la giacca ed aprì la porta per uscire.
“Oh, ma, non è che ti ho fatto fare tardi? Non avevi un impegno oggi pomeriggio?”
Sorrisi e gli diedi un bacio.
“No, non più”


Mi piace un sacco come scrivi! Complimenti!

dicembre 18, 2017 at 1:33 pm Andrea G Reply

    Ti ringrazio 🙂

    dicembre 18, 2017 at 2:45 pm admin Reply

mi piace un sacco come è scritto! Complimenti!

dicembre 18, 2017 at 1:24 pm Andrea g Reply

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